L’attesa di Giovanni Perna #VenSal

A Kreuzberg può succedere.Oddio, succede in tutta Berlino.

Di voltare l’angolo e cambiare lo scenario, la storia. È un attimo.

Scendendo da Kreuzbergstraße, costeggi il Viktoriapark.

Verde, cascate d’acqua. È Prussia, milleottocento, l’icona di un Impero che non so.

All’angolo c’è un posto che si chiama “Osteria n.1”, ma appena svolti, a Mehringdamm, è ambasciata d’Oriente.

I negozi, quelli di frutta soprattutto.

Ma la fila non stava fuori dai negozi.

La fila, lunga, stava nei pressi di un chiosco. 

Oddio, nei pressi. Ho letto che a volte ci vuole un’ora per essere servito. 

Avevo letto, ho dovuto vedere per credere.

Quella gente faceva la fila per il kebab di Mustafa. 

Ora, io non ho niente contro il kebab.

Anzi, mi è capitato di mangiarlo. Capita a tutti di mangiare qualcosa che non sai bene che ci hanno messo dentro.

Calcisticamente lo faccio, con poche eccezioni, da una vita.

Ma non era questo. La fila era composta prevalentemente da ragazzi.

E mi è passato per la testa che a questi ragazzi avessero fatto credere che il kebab sia l’unico cibo possibile, e Mustafa l’unico chiosco possibile.

Non avessi avuto pudore della mia età e timore delle forze dell’Ordine lo avrei urlato, a quei ragazzi, come un terrorista pronto a sacrificarsi in nome del semplice buongusto, che il buon cibo è diverso, esiste, ma richiede materia prima di qualità, e tanta Passione ed Amore per trasformarla.

Ma dopo tutto, chi sono io per fermare una fila? Nessuno. Semplicemente ho deciso di non farne parte.

E, arretrando, sono quasi finito tra le cassette del fruttivendolo.


Splendidi, brillavano persino nel pallido sole di Berlino. Il cartellino mi ha quasi commosso.

Granatäpfel, qui i melograni li chiamano così. Erano sicuramente la cosa più bella e colorata del circondario, eppure, distratti dal kebab, nessuno li comprava.

L’ho fatto io, e pure se Mehringdamm non è facile da raggiungere ho promesso che lo farò altre 21 volte, più varie ed eventuali.

Mentre tornavo indietro, mi sono fermato in un posto. Un posto che a Salerno non ci sta. Si chiama “negozio dove vendono le magliette ufficiali per i tifosi di una squadra di calcio”.

E anche se non era una squadra locale, sono entrato a guardare.

Le magliette erano appese di spalle con il colletto alzato. “Mia san Mia” c’era scritto. In dialetto bavarese, non in tedesco, significa “Noi siamo Noi”.

È quel che pensa pure uno come me, che non deve corteggiare nessuno.
Venezia-Salernitana @ stadio “Penzo”, 26 Agosto 2017


P.S. Dite al kebabbaro che la fila non l’ho saltata perché quest’anno fa i panini più piccoli, è che il garzone proprio non mi piace.
Giovanni Perna

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