L’attesa di un “terrone di merda” #VerSal

– Terrone di merda, sei un terrone di merda.

Sibilato, sorprendente, l’insulto mi veniva da un uomo che aveva l’età di mio padre.

Ci avevano detto, al check-in a Pontecagnano, che la sicurezza era massima.

Ma all’aeroporto “Catullo” di Verona-Villafranca non c’era un cristo.

Ci scaricarono all’uscita e dove fosse l’agenzia di autonoleggio ce lo indicarono quelli del bar, che erano di Roma.

Da quel momento in poi, ognuno per sé e Di Bello per tutti.

Arrivammo seguendo le indicazioni stradali, che di abbassare il finestrino e domandare non ci pareva cosa.

Fino all’antistadio, ai Vigili Urbani si poteva chiedere.

– Tribuna Stampa, il parcheggio della Tribuna Stampa.

– Da qui non passa nessuno.

– ???

– Mettetela un po’ dove vi pare.

Il #dovevipare era un palazzo lì vicino. Vicino quanto il percorso da fare sotto la loro curva, in mezzo alle loro bancarelle di sciarpe, e a nessuno che venisse in mente di chiederci l’ora.

La coda per gli accrediti, ancora fuori dallo stadio. Quel “Salerno” con la S sibilata di chi ci passava accanto. Di chiedere che ora fosse non c’era più bisogno.

Lo steward, mi ricordo lo steward che ci doveva accompagnare. Lo fece con la solerzia e l’entusiasmo di chi ti accompagna nella camera da letto della sorella.

L’ingresso, su quei banchi dove non si sarebbe seduto più nessuno.

Solo noi, solo io a sentire gli ululati degli altri settori.

Non da quelli vicino a me, al di là delle transenne. Non solidissime. Perché?

Mi giro, la Digos di Salerno al gran completo tre file più sopra. Ecco perché.

Poi la partita, la Salernitana per sé e Di Bello per tutti.

Oddio, un poco lo sapevamo, ma insomma ad Alessandria era sembrato possibile.

Chi lo sa, vincere e poi portare i libri in Tribunale. Vincere da soli, senza Lombardi. A Pescara, a Lanciano sì, perché non noi. Vincere e gridare in faccia a chi ci dava dei falliti. Non noi, non noi.

– Terrone di merda, sei un terrone di merda.

Sibilato, sorprendente, l’insulto mi veniva da un uomo che aveva l’età di mio padre.

Ma non era un leghista da caricatura. Aveva i capelli bianchi, magro, persino ben vestito.

Mi giro, la Digos non c’era più.

Restava altro che sostenerne lo sguardo, senza alzare un dito, neanche per grattarsi il naso. Figurarsi.

Girato verso di me, non guardava il campo per non farlo guardare a me.

E cosa vuoi guardare, se la stava vedendo Di Bello.

Al due a zero mi venne uno vicino per scusarsi, chè il vecchio non ci stava con la testa.

La condiscendenza tipica di chi sa di aver rubato.

Molto prima dell’avanspettacolo di Mandorlini, prima persino di quello che seguì, l’emissario etiope, le menzogne della stampa.

Prima di quel “E adesso fischiate la fine” che campeggiò nello striscione in Cuva Nord al ritorno. Nella loro blindatissima trasferta.

Prima dell’incontro, fuori dallo stadio, coi genitori del derubato, coi genitori di Caglioni. Che non si davano pace.

Molto prima, quell’insulto reiterato, fisso, di uno che non ci stava con la testa, di uno che chissà se ci sta più su questa terra infame, diede il fischio d’inizio di una partita lunghissima, che non avrà mai fine, che Domenica vedrà in scena solo una parte di una saga.

E se questo fosse un mondo giusto non temerei di non avere giustizia.

Ma questo è un mondo lercio, e il microcosmo del calcio lo è forse ancora di più.

Non ti fa ragionare questo mondo, altrimenti capirei che, da tempo, Giustizia è fatta.

Chè la fine invocata dallo striscione non è stata fischiata, chè il terrone, di merda se vuoi, lo sguardo, senza muovere un dito, non l’ha abbassato.

Davanti al Bentegodi, a Mandorlini, a Lombardi, a Lotito, a Mezzaroma ed a Fabiani.

Che quel terrone di merda è di Salerno.

@Verona-Salernitana, Stadio Bentegodi – 29 gennaio 2017.

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A cura di Giovanni Perna.

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